5 dicembre – Per decenni
l’Italia è stata un Paese a “sovranità
limitata” con una politica estera e di
Difesa coordinata e in molti casi imposta
dai nostri principali alleati e soprattutto
dagli statunitensi. Dal dopoguerra non era
però mai successo che il nostro Paese si
trovasse guidato da un “governo
d’occupazione” che rispondesse direttamente
alle “potenze occupanti” come accade oggi
con il cosiddetto governo tecnico imposto
dai franco-tedeschi e dalla nomenklatura
della Ue e messo insieme dal Quirinale
consultandosi anche con la Casa Bianca che
ha suggerito i ministri di Esteri e Difesa.
Due figure di sicura fede atlantista come
l’ambasciatore a Washington Giulio Terzi e
il chairman del Comitato Militare della
Nato, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola.
Uomini idonei a garantire che l’Italia
resterà un fedele alleato dell’America e
manterrà i suoi impegni militari in
Afghanistan. Nella sua prima audizione in
Parlamento, Di Paola ha infatti confermato
questo impegno mentre il titolare della
Farnesina (ormai un mito per la stampa
italiana perché usa Twitter) ha esordito
sulla crisi iraniana dichiarando che
"l'Italia sostiene con piena convinzione il
piano di sanzioni economiche nei confronti
dell'Iran annunciato dall'Amministrazione
statunitense". Più appiattiti di così! Dopo
l’attacco all’ambasciata britannica a
Teheran, Terzi ha ritirato il nostro
ambasciatore nonostante sul piano
commerciale l’Italia abbia molti interessi
in Iran. Nel timore di apparire poco
filo-americano si è poi recato in Turchia a
perorare la causa dell’ingresso di Ankara
nella Ue, come chiedono da tempo gli Usa.
Posizioni che ci auguriamo siano state
negoziate in cambio di robuste contropartite
ma che temiamo costituiscono un pedaggio
obbligato e gratuito nei confronti delle
potenze occupanti. A Washington saranno
certo soddisfatti ma per ora Terzi
assomiglia più a un sottosegretario di
Hillary Clinton che a un ministro italiano.
Del resto Obama non ne poteva più di Silvio
Berlusconi che aveva avuto (forse l’unica
iniziativa degna di nota del suo governo)
l’ardire di sviluppare una politica
energetica e strategica con la Russia di
Putin e la Libia di Gheddafi che ci
garantiva ampia autonomia, forse troppa per
i nostri “tutori”.